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Vivere per amore…è o non è il “Non plus ultra”? L’ultimo capitolo della saga teatrale della compagnia “La Matassa”

“Non plus ultra” chiude il ciclo della trilogia di commedie scritte, dirette e interpretate da Umberto Maria Sasso con la compagnia teatrale “La Matassa”. Il scena sabato sera presso l’Arena Archeologica Caposele, a Formia (Lt) – seppur funestato da qualche imprevisto legato alle luci e all’audio e da un allestimento, legato al set, che smorzava un po’ la magia del dietro le quinte – è stato un successo di pubblico e di risate.

Lo spettacolo mette un punto alle vicende dei fratelli Antonio e Giuseppe Capone e riannoda i fili della trama inaugurata tre anni fa, ospitando anche il graditissimo ritorno di alcuni personaggi – come il “Tuttofare Raffaele” – e accogliendone di nuovi come il figlio dei proprietari del teatro e il cugino Dino – eccezionalmente interpretati da Stefano Lecora e Christian Rea. Un’intenzione che innerva la commedia per consentirle una vita propria, che si compie perfettamente, pur rimanendo insindacabile che l’affezione ai personaggi e il coinvolgimento con loro cresca in una visione d’insieme.

Se attorno ai sogni legati all’arte, in particolare al teatro, parte la vicenda di Antonio Capone in “Plus Ultra” e attorno alle peripezie di inseguire questo sogno ruotano quelle di “Carpe Diem”, è in quest’ultimo che pur prolungandosi la riflessione, la storia d’amore trova un suggello che è la risposta a tutto ciò che il protagonista vive, patisce e rincorre, in tutti e tre gli spettacoli: ne sarà valsa la pena vivere per inseguire il proprio sogno? Qualsiasi esso sia? Qualsiasi prezzo costi?

Per porsi la domanda delle domande, ma soprattutto per dare e darsi una risposta, Sasso torna a giocare col tempo e con lo spazio: se in “Carpe Diem” si sostanzia con la comparsa del padre dei fratelli Capone; in quest’ultimo “atto” della trilogia è lo sdoppiamento del protagonista a consentire di giocare con riflessioni, consapevolezze e confessioni.

Una duplicazione che tocca corde romantiche grazie ad un gioco a cui presta la sua magia la voce della partecipazione straordinaria della cantante Lina Senese, e le musiche scelte con la consulenza del M° Umberto Scipione, tra cui “Era già tutto previsto”, il celebre brano di Riccardo Cocciante, riportato al successo dal film “Parthenope” di Paolo Sorrentino.

Una scelta che verrebbe naturale leggere come tributo ad uno dei film italiani contemporanei che ha meglio raccontato l’amore viscerale, quello che scava fino a farti pensare vorrei morire (ultima frase del testo della canzone!) e che talvolta ti “ammazza” nei tanti modi in cui un uomo può essere ucciso o lasciarsi morire. Un acme che la commedia accompagna e contiene senza lasciar straripare nessuna tragedia, ma supportando un momento di più spessa drammaticità.

Insomma, due ore e mezza, di battute e meteore riflessive che questa volta non si sfamano dal repertorio classico, ma strizzano l’occhio alla commedia americana – con riferimenti alquanto espliciti alla simpaticissima trilogia cinematografica “Una notte da leoni”. Un sovescio artistico rispetto al primigenio “Plus Ultra” dove la comicità aveva tempi diversi e più ricercati, che consegna al pubblico ritmi più sincopati e uno stile molto più immediato.

Pubblico che anche questa volta viene coinvolto in uno spettacolo che rompe la distanza, con la presenza fisica degli attori tra di esso nel tentativo di ritrovare il cugino Dino, e mi pare di poter dire – avendo imparato ad apprezzare le intenzioni drammaturgiche di Sasso – che possa non essere un caso se è proprio Dino – personaggio solo, giovane e disorientato – ad essere cercato tra i tanti volti presenti: tutti, in questa accezione, al giorno d’oggi, potremmo essere Dino.

Proprio la prospettiva odierna e la difficoltà di nutrire il proprio estro artistico, rende necessario un plauso a tutti gli interpreti saliti sul palcoscenico. Oltre ai già citati lo spettacolo è stato reso possibile da: Giuseppe Tibaldi, Lavinia De Luca (caratterista molto brava, ma sacrificata in quest’ultimo capitolo!) Anna Maria Zuppardi, Luisa Chiarcaro, Luigi Chiarcaro e Stefania Vignola.

Ma alla fine sarà valsa la pena vivere per il teatro? Ovvero vivere per l’amore? Che sia l’ambientalista Emma o la badante Ortensia e non siano esattamente quello che ci si aspettava, ma abbiano emozionato? “La Matassa” per dirlo ha messo su uno spettacolo, anzi tre, e benché la vicenda di Antonio Capone sia finita ( E A VOI SCOPRIRE COME!) non credo che l’argomento sia esaurito…almeno non fin quando l’uomo, come dalla notte dei tempi, continui a pensare all’amore, anche mentre ama. E’ proprio il “Non plus ultra”!

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